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Sextantio

Rimettiamo l’Italia a vecchio!

Sextantio

Rimettiamo l’Italia a vecchio!

Io non vi parlerò di Daniele Kilghren raccontandovi la meravigliosa favola di Sextantio.
Sono tentata, sarebbe un soggetto bellissimo e che merita tutto uno spazio a sé ma c’è la rete e Wikipedia per questo se siete curiosi.

Non vi dirò chi è questo cavaliere nordico sceso in Italia con una bacchetta magica un po’ stramba, la cui formula segreta ‘rimette a vecchio’ tutto ciò che tocca, né del percé è divenuto più o meno l’idolo di orde di sindaci innamorati di altrettanti piccoli, a volte microscopici comuni, minacciati di scomparsa dal tempo e dall’abbandono, e di gruppi di addetti ai lavori diversamente impiegati nel settore dei beni culturali.

Non vi racconterò che il suo regno è fatto di due feudi, quello di Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo e quello delle Grotte della Civita a Matera.

L’uno rinato dalle polveri del terremoto come un’araba fenice, tanto da attrarre quasi 8.000 visitatori l’anno, quando erano al massimo 300 nel 2001, l’altro sorto come un focherello all’interno di 18 grotte, quelle meglio conosciute come ‘sassi’ e che, fra il resto, celebreranno il DNA della Capitale della Cultura Europea nel 2019.

Io oggi vi voglio dire perché per me Sextantio è così irresistibile, vi voglio confidare cosa si prova ad esserci e perché poi, non si può dimenticare.

Sextantio è uno tsunami di bellezza, è un’onda anomala che ti investe, senza preavviso e ti porta in un posto dove manca il fiato e tutto si ferma, nel silenzio, nel non moto dell’eterno.

E’ come spegnere la luce di colpo e riaccenderla sott’acqua, è come guardare un’opera d’arte inestimabile ma finalmente fuori da un museo, gli occhi si spogliano e si riempiono al tempo stesso.

C’è qualcosa di sconvolgente in una tale esperienza, di radioso e allo stesso tempo traumatico.
I più, a ben vedere, messi alle strette dalla logica chiuderanno il file con molta semplicità per tornare a casa senza troppe complicazioni, archiviando il tutto come un bug del sistema, una gita in un non-luogo sospeso, qualche ora di apnea, e poi di nuovo in corsa.

 

I temerari, invece, vorranno andare a fondo e mettere a soqquadro tutto ciò che finora ci hanno insegnato sul Bello

Perché Sextantio ci testimonia una Bellezza nuda in un’epoca in cui nessuno è più capace di stare davanti a uno specchio senza vestiti e sorridere.

Smantella l’equazione tra estetica da un lato, e contraffazione, artificio, aggiunta, addobbo dall’altro, figlia della bulimia da beauty center che ben poco ha a che fare con la filosofia del bello naturale, artistico e scientifico.

Ci ricorda che ‘less is more’ ma non nel senso iperstrutturato del design minimalistico, less is more perché se togli, trovi, se spogli arrivi al cuore ed emerge l’identità.

Sextantio è la prova provata che l’unica vera bellezza possibile, quella che lascia il segno come una scia di magia cui non ci si può sottrarre, quella che irradia armonia e infonde il prezioso segreto dell’incanto in chi la guarda, ha a che vedere con la scoperta e la glorificazione dell’identità.

Può sembrare astratto e un po’ intangibile forse, pane per tuttologi del niente magari ma non professiamo forse tutti, chi più chi meno consapevolmente, la religione del perfetto in cui il dogma primario è annullare, confinare, estinguere, fino a negare (tanto c’è Photoshop!) il difetto umano?

Popoli del mondo uniti contro la blasfemia delle imperfezioni: contro i radicali liberi, contro l’ossidazione, contro le rughe, contro la cellulite, contro l’invecchiamento dei tessuti, un’epoca intera CONTRO.
Passiamo così tanto tempo terrorizzati dalla minaccia degli effetti del tempo che il tempo abbiamo smesso di viverlo e raccontarne la storia, luci e retroscena, niente fronzoli, così com’è, nudo.

Non è solo questione di lusso o arte povera, del sofisticato in alternativa al grezzo, di urban contro paesaggio, di fast verso slow, di vanità contro semplicità.
Le categorie del tempo e dello spazio qui non hanno senso e nemmeno quelle del bello perché il bello semplicemente nasce ogni volta che ci si prende cura dell’identità, di un posto, di un oggetto, di sé.

Gli occhi di Daniele Kilghren, forse privilegiati da una porzione di geni estranea a questo patrimonio, hanno visto chiara l’essenza di questi luoghi, l’hanno capita e spolverando tutte le facili nozioni dell’industria ricettiva occidentale, hanno semplicemente rivelato un tesoro.

Quando si viene a Sextantio ci si calma dentro e come sotto effetto di droghe si amplifica l’esperienza sensoriale delle più semplici azioni.

Si fa colazione in una chiesa sconsacrata, toccando solo lino grezzo nel rumore dei cocci ammaccati della tradizione lucana, si mangiano le cose fatte con le mani di chi te le serve, si sente odore di cucina, di mamma, di casa, si dorme sui materassi alti alla sola luce che la natura permetta, si aprono porte enormi con chiavi pesanti, gravi come tutto il tempo che hanno vissuto e la giornata si trascorre a sentire raccontare favole, a bere vino o ad osservare dita che tessono coperte con la lentezza e precisione di rituali sacri, la voce si abbassa, il cuore rallenta, il respiro si espande. Si sboccia, ci si apre, alle origini, alla vita, alle possibilità.

Venire a Sextantio è dare un’occhiata a ciò che può scatenare l’autenticità e per chi avesse ancora dubbi su cosa questo abbia a che fare con la mia professione vi lascio con una citazione di Daniele Kilghren, ‘quello che faccio è mantenere la povera bellezza originaria e l’immagine che essa mi rievoca’

le rughe non coprirmele che c’ho messo una vita a farmele venire’. Anna Magnani